Un regalo di Fabrizio De Andrè

GIUGNO ’73

Tua madre ce l’ha molto con me
perché sono sposato e in più canto
però canto bene e non so se tua madre
sia altrettanto capace di vergognarsi di me.

La gazza che ti ho regalato
è morta, tua sorella ne ha pianto,
quel giorno non avevano fiori, peccato,
quel giorno vendevano gazze parlanti.

E speravo che avrebbe insegnato a tua madre
a dirmi “Ciao come stai”,
insomma non proprio a cantare
per quello ci sono già io come sai.

I miei amici sono tutti educati con te
però vestono in modo un po’ strano
mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi
“Sono loro stasera i migliori che abbiamo”.

E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa
nell’imbuto di un polsino slacciato,
i miei amici ti hanno dato la mano,
li accompagno, il loro viaggio porta un po’ più lontano.

E tu aspetta un più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato
e lo stesso quei due peli di elefante
mi fermavano il sangue
li ho dati a un passante.

Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico “E’ stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati”.

FABRIZIO DE ANDRE’
(Aldo Grasso)

Fabrizio De Andrè era innanzitutto la sua voce, una voce che si riconosceva all’istante come quella, antichissima e vivificante, di un cantore di razza. Si potrebbero anche trovare tre o quattro aggettivi per descriverla, ma sarebbe del tutto inutile, perché quel timbro era così unico, inconfondibile, inimitabile da apparire necessario. E la necessità era qualcosa che non appartiene soltanto al mondo della musica: la sua voce non era mai estranea a ciò di cui si parlava. Era una voce etica.

Si dice che Fabrizio avesse qualche problema con il pubblico (non gli piaceva apparire, specie in TV), con la sua immagine pubblica. Più che la negazione, contava il dubbio. Che è la cosa più lontana che esista dalla professione di cantante. Di solito, le canzoni celebrano l’ o la sua mancanza, si preoccupano di riempire un’esistenza, rappresentano una pienezza, anche se inquieta o aggressiva. Fabrizio, invece, di certezze non ne conosceva, dato che tutte gli apparivano ugualmente fragili. Così, alla notizia della sua scomparsa, tutti i media non hanno potuto fare altro che riprodurre questa incertezza.

 

Fabrizio De Andrè se ne è andato troppo presto. Ancora, a distanza di anni ormai, il vuoto lasciato non si colma (e non si colmerà, mai). Mi manca quella voce, viziata dalle sigarette e dagli eccessi dell’alcool. Una voce “dimessamente distante” ma “intimamente vicina”, tanto da farla sentire come la voce della propria coscienza (citando di nuova Aldo Grasso: una voce etica).
Fabrizio De Andrè ha lasciato un’eredità incommensurabile: 30 anni di canzoni, di meravigliose poesie. “Giugno ’73” è una delle mie preferite, per tanti – troppi motivi…

Ho la assoluta convinzione che Fabrizio De Andrè sia uno dei più grandi autori di liriche del novecento italiano; per questo – al pari degli altri poeti “tradizionali” – dovrebbe essere insegnato nelle scuole.

“Giugno ’73” è dedicata a C., alle sue convinzioni, ai suoi “pregiudizi”:
E tu aspetta un più fidato, i tuoi “Aiuto” saranno ancora salvati; io dico “E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”…

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