Con dedica a tutti quelli avvezzi alle sale d’attesa. A quelli che partono e a quelli che arrivano. E a quelli che aspettano.
Le stazioni ferroviarie sono un ricettacolo di anime inquiete: per questo le adoro, e per questo le frequento nelle notti in cui preferisco la ferrata al ritiro patente. Si può essere “ospiti” delle stazioni; si può essere autori e attori delle stazioni; nei fondi dei sottopassaggi ci si può riscoprire, si può ritrovare la pace col mondo.
Questo post è dedicato a me…
E’ dedicato a quelli che partono e a quelli arrivano, ma soprattutto a quelli che aspettano…
A quelli che partono…
Anni passati in attesa di un treno che non parte mai: allora scendi e ti accendi una sigaretta… e fai in tempo anche ad andare al Bar Stazione (colmo di magrebini senza permesso e pensionati etilisti che contano i denari a scopa) a bere un Glen Grant senza giaccio, con acqua a parte… Ti riporti al marciapiede e aspetti, e aspetti e fumi… Ma poi, salvifico, il treno arriva… e una volta regolato lo sguardo al finestrino, a mirare mondi che se ne vanno, ti abbondi serenamente al sonno del movimento…
A quelli che arrivano…
Quelli che arrivano hanno gli occhi abbozzati dal sonno del movimento, si muovono con circospezione… Mirano verso l’uscita di Corso Magenta, o cercano la scritta “Taxi”… Si guardano intorno a volte, a cercare il volto amico…
A quelli che aspettano…
Quelli che aspettano fumano molto, ed hanno labbra in attesa… A volte parlano da soli, e da soli di rispondono… Indossano abiti nuovi, e hanno fiori appassiti poggiati sulla panchina. Avvolti nei loro cappotti, si attorcigliano di sciarpe colorate. Ben pettinati e ben nutriti, al sopraggiungere del locomotore riordinano idee e capelli, sino a vederla scendere e ad abbracciarla con passione e vero amore… Quelli che aspettano, fumano molto, ed hanno rose perdute accanto, sulla panchina. Chini, nei loro cappotti, guardano il marciapiede brulicare di vita e passionie. Anelano il fischio del treno in stazione, ricordando il passato, credono nel futuro. Sino a quando il treno arriva e si accorgono che, escludendo i 648 viaggiatori, il treno era vuoto… E un altro po’ di amore… se ne va…
A tutti quelli che avevano indossato il meglio di se…
A tutti quelli che, davvero, ci hanno creduto…
(“Frammento” di una cena vicino a Bologna, con Vinicio Capossela ed altri amici)
25 APRILE
(Vinicio Capossela)
Benvenuta
stava scritto sui fiori per te
ma io rimango solo
solo qui
coi fiori e le speranze
non chiedermi perché
quanta gente aspetta un treno
e come gli altri io sicuro
aspettavo te
Dio quanto tempo
son felice di vederti
hai fatto tardi non importa
ma non ferirmi un’altra volta
e ho comprato champagne e pasticcini
e mi son sentito quasi un uomo
a trattarti da signora
e a scordarmi quel che è stato
ti offrirò la mia allegria
quel che non posso dare agli altri
e anche io lo sai
so ridere e scherzare
preparo la faccia da proporti
un po’ stupita, un po’ contenta
ecco sono pronto ad incontrarti
e ho una macchina nuova
tutta pronta per portarti
verso nuovi sentimenti
più maturi, più contenti
che amarezza però
rimanere così da soli
sul marciapiede
mi vengono in mente le altre volte
ad aspettare te
e non c’è niente più da fare
aspettare un altro treno
tu non verrai e che stupido son stato
venire subito da te
chiederti perché
ma non importa,
che t’importa
m’infilerò in questo locale jazz
ti cerco un po’ prendo una birra
e un altro po’ d’amore
se ne va…
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Leggendo questo post ho rivissuto la struggente malinconia delle stazioni, le emozioni che i viaggiatori mi danno sempre. Mi sono rivista in una scena di un paio di mesi fa. Sono andata alla stazione di Lecce. Primo binario. Partivano da lì i treni per Roma e per Milano, a distanza di un’ora l’uno dall’altro. Sentendo quello che tu hai descritto in modo mirabile, avrei voluto piangere un po’, tanto ero sopraffatta dalle emozioni! Grazie per questo post, davvero.
Posted 13 Mar 2007 at 20:11 ¶Post a Comment