Io, quand’ero giovane, c’era uno che giocava da dio. Il suo sinistro vellutato era ambito in ogni torneo parrocchiale. La sua corsa compassata (leggera, in punta di piedi) pareva quella del Rivera alessandrino. Dribblava come lui solo riusciva a fare: dribblava con gli occhi, lui. Il suo tiro non era potente, né particolarmente preciso: il suo tiro era esattamente bastardo! Era uno di quei giocatori di pallone che ti faceva impazzire, che l’avresti “picchiato” per sempre. Era uno di quei giocatori, che appena lo sfioravi, si rotolava a terra e rantolava. Uno di quelli, che un arbitro, lo difendeva. Sempre.
Io, lui, non lo sopportavo. Ma era davvero un fenomeno. Lui era Camporino Ugo.
Poi, un giorno, che era in motorino con Bussi Erio, successe che una Land Rover gli urtò contro il ginocchio sinistro. Vennero mesi e mesi di chirurghi, ortopedici. E la carriera di fenomenale calciatore, terminò che ancora non aveva 18 anni.
Ciò nonostante, Camporino Ugo, rimane uno dei più grandi giocatori che io abbia conosciuto. Per quanto, ora, del Casinò di Sanremo.
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