Alla trattoria “Sul Bric” di Castellinaldo, Gino Viberti era un’istituzione. Gino Viberti parlava poco e beveva molto; essenzialmente ascoltava. Gino Viberti, a lui bastava un cenno, e diceva tutto.
Le discussioni alla trattoria “Sul Bric” vertevano sui temi più disparati: si dissertava circa le doti calcistiche di Bramiero Pintacuda - lo straniero del Corneliano -, dell’inutile asfaltatura della strada che porta a “Ca’ Sessa” - dove sta il sindaco -, dei tagliolini al sugo di lepre della Teresa - che neanche ad Alba li fanno così.
Gino Viberti, dopo ogni alterco - che si fosse trovato un accordo oppure no - metteva fine ad ogni discussione con la sua frase di battaglia: “dime nen… dime nen“, versandosi un mezzo bicchiere di Arneis e scuotendo appena la testa.
Era così, Gino Viberti: serafico e munifico.
Anche Piero Oddone (detto il moro) e Giobatta Chiosso (Choss) - i più incandescenti degli avventori della trattoria “Sul Bric”, quando Gino Viberti pronunciava le parole magiche “dime nen… dime nen…” si placavano e replicavano “l’è veira, Gino… t’oe rason!” e alzavano il bicchiere, brindando simbolicamente con lui.
Successe un giorno che Gino Viberti, alla trattoria “Sul Bric” non ci andò più. Se l’eran portato via i mezzi bicchieri di Arneis e le Nazionali - quelle con la barca verde.
Al funerale di Gino Viberti, in prima fila c’era il moro che piangeva e ripeteva “l’è pa’ veira, Gino… l’è pa’ veiera!”. Fuori dalla chiesa c’era Choss che - sotto il cartello funebre che diceva “E’ mancato all’affetto dei suoi cari…” - stava scrivendo col pennarello rosso “dime nen… dime nen…“. E anche Choss, piangeva.
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