Succede che questa sera, come ogni qualvolta la lucidità astemia da Gin o Tequila me lo consenta, apro GoogleReader.
Immancabilmente rilevo 227 posts, o poco più, da leggere. Non vi è tecnica nel mio leggerli: a volte mi affido all’inafferrabilità del tempo (last in, first out), talvolta mi concedo il privilegio di scegliere (last, first, fai il cazzo che vuoi…).
Ma questa sera (io non lo so se ero in fase “passiva” o “attiva”) mi ritrovo la tumblerata di Alessandro: “Mio padre è morto”.
Basito e contrariato: la prima sensazione è stata di disappunto, perché - inconsapevole di quanto sottostava a quel “titolo”, ho provato fastidio.
Poi sono andato a leggere il post di Stefano.
Ed ho appreso ciò che è: il dolore. Il dolore.
Spiazzato, ancora di più… son rimasto minuti a fissare lo schermo, e rileggere il post di Stefano. Come se non fosse possibile. Come se: la “morte” fosse un fatto indicibile.
Come se la virtualità di un blog, non ammettesse sentimenti. Veri.
Non è così, fortunatamente.
Il mio abbraccio a Stefano, come quello di tantissimi altri, è reale. E quel “Mio padre è morto” (MIO!) è quanto di più affettuoso ed emozionante abbia mai letto, pensato, scritto, immaginato…
FORZA, STEFANO!
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